Estradizione Dubai Tulliani

Estradizione Tulliani Dubai: Emirati Arabi Uniti pronti ma l’Italia tarda

Estradizione Tulliani: il mandato d’arresto a carico del cognato dell’ex presidente della Camera non è stato eseguito, ecco perché.

Dal 20 marzo è iniziata ufficialmente la latitanza a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna dell’ex presidente della Camera e leader di An Gianfranco Fini. Quel giorno è stata emessa l’ordinanza di custodia cautelare in carcere a suo carico nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma su una presunta attività di riciclaggio riconducibile a Francesco Coralli, il “re delle slot”, quest’ultimo in carcere da dicembre 2016. Provvedimento, come detto, che non è stato possibile eseguire perché Tulliani è a Dubai, dove vive beato, irreperibile per la magistratura italiana. Nell’ambito della stessa inchiesta risulta indagato anche Gianfranco Fini, ascoltato di recente dai pm. Dubai, negli ultimi anni, è divenuta la meta preferita di numerosi latitanti italiani, la responsabilità è tutta del Bel Paese. Manca, infatti, la ratifica italiana al trattato di cooperazione giudiziaria con gli Emirati Arabi Uniti che possa consentire l’estradizione.

 

ESTRADIZIONE TULLIANI: LA POSIZIONE DEL LATITANTE A DUBAI

L’ordine di arresto a carico di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, arriva nell’ambito di una tranche dell’inchiesta della procura di Roma su una presunta associazione a delinquere transnazionale che riciclava tra Europa e Antille i proventi del mancato pagamento delle imposte sul gioco on-line e sulle video-lottery. L’attività d’indagine aveva già condotto all’arresto tra gli altri di Francesco Corallo (considerato il “re delle slot”) e dell’ex parlamentare Amadeo Laboccetta. Oltre al mandato d’arresto per Giancarlo, sono indagati il padre Sergio, la sorella Elisabetta, oltre allo stesso ex ministro Fini.

Nonostante gli altissimi controlli previsti nell’Emirato di Dubai, Tulliani attualmente vive di fatto un esilio di lusso.

Il problema è generato da una incredibile e a dir poco inaccettabile lacuna presente nella nostra normativa. Manca infatti una legge che possa permettere l’estradizione, una responsabilità questa totalmente ascrivibile alla Repubblica Italiana. In effetti occorre precisare che gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto quanto possibile in tal senso, esercitando nel tempo una pressione di un certo tipo nei confronti del governo italiano, ai fini di sollecitarlo a risolvere la spiacevole situazione.

 

COSA COMPORTEREBBE IL PROVVEDIMENTO

Come fare in modo che Tulliani venga giudicato dalla magistratura italiana? Si dovrebbe procedere con  l’estradizione. Ovvero la consegna di un imputato o di un condannato da parte dall’Autorità Giudiziaria di uno Stato a quella di un altro, in modo da renderne possibile -in quest’ultimo- rispettivamente la celebrazione del processo o l’esecuzione della condanna.
L’estradizione contribuisce ad evitare che gli autori di reati possano assicurarsi l’impunità riparando in altri Paesi (esistono a riguardo numerosi trattati di estradizione, ai quali aderisce la maggior parte degli Stati) e viene accordata dal Ministro della Giustizia su deliberazione della Corte d’Appello territorialmente competente. Tuttavia, tra Italia ed Emirati Arabi Uniti le cose non sono così semplici.

 

TRATTATO RATIFICATO DAGLI EMIRATI ARABI MA L’ITALIA TARDA

Manca ancora un tassello, infatti, all’accordo-quadro firmato il 16 settembre 2015 tra Italia e gli Emirati Arabi. Gli Emirati Arabi hanno ratificato già lo scorso 16 febbraio il trattato di cooperazione giudiziaria e di estradizione con l’Italia. A renderlo noto è il deputato Pd Davide Mattiello, che da tempo chiede la ratifica, da parte del Parlamento italiano, di questo trattato che consentirebbe il rientro in Italia dei latitanti fuggiti negli Emirati.

Il Consiglio dei Ministri invece deve ancora approvare il disegno di legge necessario ed indispensabile per renderlo effettivo.  Il 3 marzo 2016 la ratifica dell’accordo è stata presentata in Consiglio dei ministri per ottenerne l’approvazione, passaggio che sembrava una pura formalità essendo stato preceduto dal placet dei ministeri interessati (Interno, Giustizia, Economia e Finanze) ma il punto all’ordine del giorno venne rinviato e il trattato rimandato per ulteriori approfondimenti.

Problemi connessi all’esistenza di reati puniti con la pena di morte – compresi nel Trattato firmato nel 2015 dal Ministro Orlando – avevano indotto il Consiglio dei Ministri a rinviarne l’approvazione. Ad ostacolare il via libera del Parlamento l’assolutezza del principio costituzionale che sancisce il ripudio della pena capitale. Insomma, il Trattato deve essere corretto. Nel frattempo, però, Giancarlo Tulliani e numerosi altri latitanti italiani continuano a godersi il loro esilio dorato a Dubai.

“Che brutta figura. Nessuna delle spiegazioni che dal marzo 2016 il Governo ha dato sulla questione tiene più, nemmeno le perplessità manifestate dal Quirinale sulla pena di morte “. Questo il duro commento dell’onorevole Mattiello all’ANSA . In effetti l’accordo firmato dal Ministro Orlando nel settembre del 2015 è in tutto simile a quello che abbiamo con altri Paesi che contemplano la pena di morte, come gli USA. Una situazione a dir poco paradossale, insomma, e la responsabilità della stessa è tutta made in Italy.